Squilli di tromba: “E’ eletto Ignazio Cassis”
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Un’irrefrenabile curiosità

di Patrizia Peter Pedevilla

Ignazio Cassis, 56 anni di Sessa, è il 117 consigliere federale della storia elvetica, l’ottavo per il Canton Ticino. La sua vita è caratterizzata da un’intensa curiosità e da occasioni uniche, come le dimissioni inaspettate del consigliere federale Didier Burkhalter, che l’ex medico cantonale ha saputo cogliere. Negli anni Ignazio Cassis ha imparato a seguire il suo istinto e ha sempre trovato grande sostegno nella moglie Paola. Ambizioso, ma allo stesso tempo modesto, provocatore quanto basta, Ignazio Cassis è ora chiamato a dirigere uno scottante Dipartimento federale degli affari esteri.

Non capita tutti i giorni di poter incontrare un consigliere federale nella calma di casa sua.

Montagnola oggi è casa mia, ma io sono nato a Sessa e … cresciuto tra le donne. Mio papà era spesso assente per lavoro, faceva l’assicuratore e a quei tempi le polizze si firmavano la sera, quando il marito rientrava, quindi io restavo a casa con la mamma e le tre sorelle. Ho dovuto imparare fin da subito a socializzare, a cercare soluzioni concrete, come per esempio l’utilizzo dell’unica sala da bagno che avevamo… non può immaginare quante discussioni abbiamo avuto per quel bagno (sorride), ma tutto sommato quei litigi hanno anticipato delle modalità di negoziazione utili nell’età adulta.

Immagino che Sessa fosse un paesino come oggi, immerso nel verde, senza dimenticare che suo padre, durante il giorno, continuava a fare il contadino. Lei che tipo di bambino era?  

Da quello che ricordo e dalle sgridate di mia mamma, quando arrivavo a casa con i calzoni rotti (ridiamo), ero un bambino abbastanza vivace. Andavo tanto nel bosco, giocavo con i miei compagni di scuola, ero uno “strusone”, creavo i miei giochi, mi divertivo con poco. Ho iniziato a spostarmi da Sessa al ginnasio di Agno e poi a Lugano, quando a 12 anni ho aderito alla società atletica di Lugano. Ho praticato anche il lancio della boccia a Cornaredo, ma per poco perché a 13 anni ho perso un dito e la boccia va tenuta con le cinque dita… la cosa mi aveva demotivato.

Posso chiederle cosa le era successo?

Niente di straordinario: saltando una ringhiera mi è rimasto dentro il dito. Nessuno ne aveva fatto una grande storia, era un mondo molto più semplice, non ci si lamentava troppo anche perché rischiavi di prenderle.

Sembrano passati secoli e stiamo parlando di quarant’anni fa… c’era molta più severità nella crescita dei figli

Mio papà era rigido, il classico papà ticinese che non fa complimenti ai figli, soprattutto al figlio maschio, perché non vuole che perda la motivazione. C’era quando era necessario. Non era un tipo che ti dava le pacche sulle spalle, però negli anni la sua soddisfazione mi è arrivata attraverso le altre persone. E’ stato un buon padre.

Immagino, anche perché lei è stato il primo accademico della famiglia. Come mai ha scelto di studiare medicina?

Per curiosità. Quando ho perso il dito mi chiedevo: perché il sangue esce cosi, perché non ho sentito male quando l’ho spaccato? Avevo già un forte interesse per il corpo umano. La stessa cosa mi è successa quando ho assistito ad una crisi epilettica di un mio compagno… mia mamma mi ha raccontato che per giorni l’ho tartassata di domande.

Curioso, vivace, immagino andasse anche bene a scuola

Andavo bene a scuola, ma non ero un secchione, ero un ragazzino come gli altri, mi piaceva il motorino… ricordo che ho lavorato un’estate intera, eravamo una famiglia modesta, per potermelo comprare (si ferma un attimo) anzi: ho lavorato per sei settimane e poi sono andato a fare il “piangina” da mia nonna perché i soldi non erano abbastanza (ridiamo). E poi facevo autostop…

Autostop?

Per noi era normale negli anni ‘70, uscivo davanti a casa e qualcuno passava sempre… in fondo era come chiedere un passaggio.

E a Zurigo come si è trovato? Anche perché lo schweizerdeutsch non facilitava di certo gli studi

E’ stato un periodo intenso, perché lì sì che dovevo studiare molto, ma ho anche dei ricordi divertenti, come quando mi sono ritrovato in mezzo alla strada senza più una casa.

Scusi ma che cosa era successo?

Avevo preso un appartamento fuori città con altri tre ragazzi, in una casetta di una signora severissima, che aveva posto condizioni strettissime: non potevamo suonare strumenti (a quei tempi suonavo la tromba), organizzare cene, portare ragazze… e alla fine sono stato buttato fuori senza troppi giri di parole perché una sera ero seduto in casa a chiacchierare con una ragazza (ridiamo).

Ma come mai dopo l’Università è rientrato subito in Ticino?

In quel periodo, era il 1988, c’erano molti medici, quindi appena avevi un posto di lavoro lo prendevi. Se l’avessi trovato a Bienne… sarei andato a Bienne, mentre l’ho trovato all’Ospedale Italiano nel reparto di chirurgia.

Diamo almeno un assaggio di come si è avvicinato alla politica…

Nella mia famiglia nessuno faceva veramente politica. Mia mamma era nata e cresciuta a Bergamo e si occupava soprattutto della casa, mentre mio papà, che era nato a Longhirolo, a tre chilometri da Sessa, ma nel comune di Luino, conosceva la politica di paese. Mia nonna infatti aveva preso nel 1928 un ristorante a Sessa e a quei tempi, in ogni paese, c’era la banda dei liberali e quella degli “uregiatt” (PPD). Visto che aveva due figli maschi ne aveva piazzato uno da una parte e uno dall’altra, per tenersi buoni più clienti, e a mio papà era toccato il gruppo dei liberali e ci ha educato di conseguenza.

Sbaglio o prima di andare in consiglio nazionale non è mai stato attivo in politica?

Esatto, ma ho sempre amato l’impegno pubblico, sono un po’ un animale collettivo. Da studente ero nell’Associazione studentesca ticinese a Zurigo e tornato a Lugano, a 27 anni, ho assunto la presidenza della Società dei medici assistenti e capo-clinica ticinesi. Quindi, per rispondere alla sua domanda, politica attiva no, ma molta politica professionale (soddisfatto).

E tra tutti questi impegni dove ha conosciuto sua moglie?

L’ho conosciuta a Zurigo, studiava medicina ed era più giovane di me di due anni; ma la fiamma si è accesa anni dopo, quando lavorava all’Ospedale Italiano ed io ero al Civico, avevo 29 anni. Non è stato facile (sorride), ho dovuto ammaliarla convincendola ad assumere il ruolo di segretaria dell’Associazione medici assistenti e capo clinica. L’ho un po’ imbrogliata, come dice lei (ride).

Non avete avuto figli?

No, purtroppo non ne abbiamo avuti e forse è anche per questo che entrambi ci siamo dedicati molto alla carriera professionale.

Una carriera professionale intensa e impegnativa, si sente fortunato o non le è stato regalato nulla?

Per me si è trattato di saper cogliere le opportunità. Inizialmente volevo diventare otorinolaringoiatra, ma erano gli anni dell’epidemia dell’AIDS. All’Ospedale Civico cercavano un medico che si occupasse di questo tema. Nessuno voleva farlo perché c’era molta paura, si sapeva che era una malattia contagiosa e mortale, poco si sapeva sulle modalità di contagio. Quando il Professor Moccetti, allora primario, chiese se qualcuno era interessato ad occuparsi della malattia, nessuno si fece avanti; perciò mi decisi di affrontare la sfida. Nel luglio dell’89 aprimmo un servizio ambulatoriale per questi pazienti. Per me è stata un’esperienza importante, tanti pazienti erano coetanei che conoscevo, mi sentivo legato a loro emozionalmente più che alle persone anziane ricoverate.

In seguito è diventato medico cantonale, non le è dispiaciuto perdere questo legame privilegiato con il paziente?

Non proprio, poiché avevo capito che la sofferenza principale dei malati di AIDS proveniva dal tessuto sociale: i malati erano percepiti come una sorta di mostri. Questo mi aveva fatto capire tantissime cose sul piano antropologico, sul significato sociale di una malattia. Così mi è sembrato normale indirizzarmi verso la branca della medicina che si chiama “salute pubblica”. Il caso ha poi voluto che il medico cantonale, Giordano Kaufmann, fosse talmente sotto pressione per l’epidemia di AIDS, che mi chiese di diventare medico cantonale aggiunto. Ma a convincermi era stato l’allora consigliere di Stato Rossano Bervini, sensibile al tema. Il vero dilemma è però arrivato dopo… ero a Losanna nel 1996 per concludere la mia specializzazione e con Paola pensavamo di trasferirci ad Atlanta per un’esperienza professionale al Servizio di epidemiologia investigativa degli Stati Uniti, quando si aprì il concorso per medico cantonale. Ricordo che ogni sera tormentavo Paola con i miei dubbi. Alla fine ho deciso di concorrere al posto di medico cantonale: un treno che non sarebbe più passato per decenni. E ne sono felice: mi sono ritrovato a svolgere una fantastica professione per undici anni. Probabilmente non sarei in Consiglio federale, senza quell’esperienza.

Anni durante i quali i rapporti con Palazzo delle Orsoline si fanno sempre più intensi e poi arriva il 2003, anno in cui ci sono state le elezioni federali, e lei finisce inaspettatamente a Berna

In quegli anni ero vicino al PLR, percepivo che i valori liberali erano i miei: responsabilità, libertà, razionalità, assenza di dogmi… Il presidente Giovanni Merlini mi chiese di entrare in lista per il Consiglio nazionale. La ragione era divertente: tutti gli altri partiti avevano un medico in lista, mentre al PLR mancava! Mi convinse rassicurandomi: si trattava di partecipare, non sarei stato eletto! Così nell’autunno del 2003 feci una bella campagna, molto divertente, cosciente che io ero un novizio e che l’obiettivo era quello di riconquistare il terzo seggio al Nazionale con Laura Sadis. E l’obiettivo fu raggiunto! Laura Sadis venne eletta e io mi ritrovai primo subentrante. Poi il caso volle che Sadis divenne Consigliere di Stato nel 2007 e che io finissi a Berna (ride).

Un’entrata clamorosa, un cambiamento radicale a livello di vita, se non ricordo male in quel periodo perse anche diverso peso

Dieci chili, poi ancora cinque; erano anni che desideravo perdere peso e quando mi sono ritrovato a Berna… senza le cenette di mia moglie…. Inoltre proprio in quel periodo avevo ricominciato a correre.

Consigliere nazionale, diventa subito vicepresidente del Comitato centrale della Federazione dei medici svizzeri e inizia a farsi amici nelle lobbie più potenti, scelta critica…

Sono stato criticato unicamente per le casse malati, mai invece per essere stato vicepresidente dei medici svizzeri, una lobby ben più potente di quelle delle casse malati, o presidente, negli ultimi 5 anni, dell’Associazione nazionale mantello delle case anziani (CURAVIVA), la più grande che io abbia presieduto, con un budget di 25 milioni.

Sapendo che le casse malati non erano viste di buon occhio, non poteva, come dire, andarsene?

Sapevo che sarebbe stato un danno di reputazione politica, ma fa parte della mia personalità, mi piace anche provocare. Soprattutto per tentare di far dominare la razionalità sul pregiudizio.

E’ successa la stessa cosa quando ha aderito all’Organizzazione in difesa delle armi pro Tell e poi si è ritirato? 

Sì, questo sono io. Mi piace smuovere delle zone nelle quali si divide in modo maniacale i buoni dai cattivi, con dei pregiudizi giganteschi.

E come ha reagito quando si è reso conto di essere in corsa, di avere le carte giuste, per diventare il 117esimo consigliere federale svizzero?

Ho capito presto che la strada sarebbe stata tutta in salita e che avrei dovuto ingoiare molti rospi. Ma ero conscio di dovere ero già arrivato, avendo vissuto tante cose e avendole superate. E’ una progressione, come accade in tutti noi, pochi nascono geni. Nella maggior parte dei casi siamo persone normali che evolvono. Aver vissuto intensamente per decenni la vita associativa mi ha di certo insegnato molto. In quel momento mi sentivo pronto.

Non ha mai avuto paura? Paura di non farcela, paura di non essere la persona giusta? Paura di non riuscire…

La paura c’è sempre ed è un bene, perché costringe a riflettere. Ma non deve paralizzare. La mia paura non mi ha tolto il sonno, però era una tensione continua. Momenti di grande solitudine mi hanno fatte crescere. Ero consapevole che le cose potevano anche andare male: ero pronto a tutto.

Un’autodisciplina che probabilmente rispecchia il carattere di suo papà…

(Ride). Lui ne sarebbe stato contento, infondo è così che mi ha educato. Sa… l’episodio del dito non mi ha solo provocato grande curiosità per il corpo umano, mi ha segnato anche caratterialmente. Ricordo che quando hanno deciso di amputarlo mio papà mi ha portato al vecchio Civico e mi ha detto: “Ti lascio qui e poi torno a prenderti nel pomeriggio”. Quell’attesa è stata la più lunga della mia vita: ero da solo, in una stanza semioscura, ad aspettare che mi amputassero il dito cucito. Non voglio criticare mio padre, ma per farle capire come esperienze del genere ti fanno maturare.

Facciamo una breve pausa, non è mai semplice ricordare.

Come ha vissuto le dimissioni di Burkhalter, l’essere diventato l’interesse mediatico estivo…

Quando sono arrivate le dimissioni a sorpresa di Burkhalter, eravamo in pausa pranzo. Come presidente del Gruppo parlamentare ho richiamato dalla pausa i 45 parlamentari PLR per informarli e condividere la strategia comunicativa. La notizia è stata data alle 15.00 e alle 16.15 già girava il mio nome. In quel momento ho pensato: “Mi uccidono ancora prima di iniziare”. I media sono difficili da gestire, la loro logica ha perso molta razionalità. E’ la logica dello spettacolo, che vuole scandali per vendere. Essere stato dato per favorito sin dalle prime ore mi ha trasformato in bersaglio prediletto: ho passato l’estate a schivare le freccette del tiro al bersaglio . Qualunque cosa io facessi o dicessi era a priori trasformata in scandalo. E’ certamente stato l’esame più difficile!

Quindi quando tutto è finito, quando è stato eletto al secondo turno, ha provato un grande sollievo  

L’essere stato rapidamente eletto mi ha regalato uno grande gioia, ma ancora una volta non ho potuto fermarmi ed assaporarla perché c’erano troppe cose cui pensare, i media da gestire, era ancora una volta un inizio.  

Sua moglie l’ha sempre sostenuta, nella carriera medica, in quella politica, ma immagino che anche per lei la sua elezione è stata un momento di grandi cambiamenti

I primi giorni successivi alle dimissioni di Burkhalter era preoccupata, temeva che le nostre vite sarebbero state stravolte e si chiedeva se davvero ce n’era bisogno. Poi le ho spiegato che era un altro treno che passava e che non sarebbe più passato. Ha dovuto abituarsi all’idea, essendo più timida e riservata, di assorbire i veleni. Per una persona che ti ama non è facile accettare tanta gelosia e crudeltà. Ma dopo qualche giorno mi ha detto: “Conta su di me”.

In questo momento lei non può parlare della sua attività politica, ma mi dica almeno una cosa: cosa ne pensa del Dipartimento assegnatole?

Sono contento. Tutti volevano che io andassi al Dipartimento dell’interno, quello di Berset, dove avevo le migliori competenze. Ma per fortuna non è stato il caso, perché qualsiasi cosa avessi detto o fatto nella sanità, sarei stato accusato di fare il gioco dei “cattivi lobbisti” delle casse malati o dei “buoni lobbisti” dei medici. Agli Affari esteri posso invece agire senza questa tara. C’è naturalmente la patata bollente dei rapporti con l’Unione Europea, ma parto incondizionato. La politica estera, in una democrazia diretta, è politica interna! Ci sono questioni che sul piano interno non passano, altre che non passano sul piano internazionale: bisognerà dunque trovare la quadratura del cerchio. E poi (tono scherzoso) spero di contare sulla comprensione che si riserva ai neofiti!

I suoi elettori tengono molto a lei, avere lei a Berna è come avere un pezzo di Svizzera italiana anche se, teoricamente, non dovrebbe cambiare nulla.  

Invece io credo che cambierà qualcosa; la mia presenza garantirà una migliore considerazione della lingua e cultura italiana, ne sono persuaso! Qualche sera fa ero a cena con Alain Berset e mi ha detto: “C’è una cosa che ho imparato con la tua elezione: hai sulle spalle aspettative lunari da parte della Svizzera italiana. Quando sono stato eletto io, il Canton Friborgo non si aspettava qualcosa di speciale da me; i friborghesi erano certamente fieri, ma non avevano desideri molto diversi da quelli degli altri svizzeri. Invece la tua elezione ha una dimensione culturale maggiore”. Un po’ per volta a Berna ci si rende conto che una parte di svizzeri non ha avuto, per molti anni, quel legame simbolico e psicologico necessario con il proprio Governo, per sentirsi partecipi di un progetto comune. Un vuoto durato 18 anni, che ho oggi il dovere e il privilegio di colmare. Tanti anni da recuperare.

Troppi anni aggiungo io.

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