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I nostri rapporti con l’Italia sono turbati. Se oggi vuoi comandare un prodotto in Italia per posta, telefono o internet, anche solo per poche centinaia di franchi, ti trovi confrontato con una burocrazia asfissiante. Conseguenze? Ti arrabbi e ci rinunci, non senza aver pronunciato qualche litania. Il colmo è che anche il venditore italiano ci perde, lo sa e si arrabbia. Ma si è rassegnato: per lui lo Stato non è il “suo”, non è un amico. Lo Stato è nemico, è in balia di eventi che sfuggono al suo controllo e perciò ci rinuncia. Intendiamoci, non è così da oggi. Sono ormai decenni che in Italia c’è divorzio tra Stato e cittadini. Lo sport nazionale degli italiani – si narrava già negli anni ’80 – è “fregare” lo Stato. E infatti l’Italia oggi ha una situazione paradossale: il debito pubblico è alle stelle, quello privato quasi inesistente. Come dire che gli italiani sono formichine che fanno quadrare i conti nelle loro tasche, mentre la cosa pubblica è una specie di diligenza da assalire.
A fine 2009 il debito pubblico italiano era del 120% del prodotto interno lordo (PIL), cioè – per semplificare – della ricchezza creata. In altre parole ci vorrebbero 15 mesi di lavoro di tutta la nazione, senza spendere nulla, per rimborsare questo debito alle banche. Il trattato di Maastricht, che dal 1 novembre 1993 ha introdotto nell’UE regole per garantire la stabilità dei prezzi e delle finanze pubbliche, afferma che il rapporto tra il debito pubblico lordo e il PIL non deve superare il 60 % dell'ultimo bilancio. Con il 120% l’Italia lo supera del doppio, mentre il valore europeo medio si aggira sull’80%. La Svizzera, con un debito pubblico attorno al 40% del PIL, invece lo rispetta: ciò grazie alla disciplina politica sulla spesa pubblica, guidata dall’ex consigliere federale Hans-Rudolf Merz.
Ma l’Italia è messa male anche in termini di crescita economica e produttività: negli ultimi dieci anni la crescita economica cumulata non raggiunge neppure il 2.5% (in Svizzera il 18%), mentre la produttività è addirittura calata del 6% (in UE è cresciuta del 7%). Tutto questo è legato a problemi strutturali che l’Italia deve risolvere con urgenza, se vuole evitare il tracollo, come ha scritto l’OCSE in maggio nel rapporto “Italia: una migliore regolamentazione per rafforzare le dinamiche dei mercati’. Intanto Il superministro delle finanze Giulio Tremonti fa ciò che può: cerca di massimizzare le entrate fiscali, percorrendo ogni strada immaginabile con piglio moralista, inserendo la Svizzera in fantomatiche quanto inutili “liste nere”, anche a scapito di rovinare i rapporti politici e commerciali con il nostro Paese. E il Consiglio federale che fa ? “Controlla la situazione con estremo rigore” – ci ha detto lunedì 13 dicembre a Berna la Ministra delle finanze Widmer-Schlumpf. E’ ben cosciente che la situazione è ulteriormente peggiorata nel 2010 e s’impegna per una soluzione diplomatica con gli italiani, che tuttavia faticano a prenderci sul serio. “Colloqui sono avvenuti sia a livello tecnico che politico, sia con l’Italia che con l’UE” – ci ha detto. Va bene parlare – aggiungo io – ma bisogna ancora che entrambi le parti siano interessate ad ascoltarsi ! Senza dimenticare che anche in seno all’UE l’Italia vive le sue guerre. E gli italiani che ne pensano? Chissà, forse aveva ragione Winston Churchill quando affermò: “Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. In fondo, se sono arrivati sin qui, auguriamo almeno loro Buon Anno ! … meglio però senza liste nere !
http://www.parlament.ch/ab/frameset/f/n/4816/341989/f_n_4816_341989_342027.htm
Ignazio Cassis, Consigliere nazionale
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