«Non dobbiamo giustificarci per questo seggio»

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«Non dobbiamo giustificarci per questo seggio»

Intervista a Ignazio Cassis

 

Il neoministro ribatte alle domande sul contributo di un ticinese in Governo: «Non basta semplicemente far parte del Paese?»

 

«Questa è la conferenza stampa più bella che un consigliere federale possa fare nella sua vita, cercherò quindi di godermela fino in fondo!» Così Ignazio Cassis ha accolto le decine di giornalisti accorsi per incontrare per la prima volta il neoconsigliere federale. Ha assicurato che porterà in Governo «la materia prima di un essere umano sognante, scrivente, parlante e ridente in italiano». Sarà interessante, ha proseguito, osservare come questa materia prima si amalgamerà con quella delle altre culture svizzere. «Da 56 anni vivo come minoranza, so che cosa significa esserlo, così come so che cosa significa provenire da una regione di frontiera».

Poi però, quando un giornalista svizzero-tedesco gli chiede «quali sono i temi che un ministro ticinese può portare nell’Esecutivo federale», Cassis sussulta. «Perché non ponete mai questa domanda ai consiglieri federali svizzero-tedeschi? È un mio assoluto diritto, appartenere al Governo del mio Paese!»

Ignazio Cassis, è stufo di essere etichettato come quota ticinese?

«È una domanda che è arrivata a un grado di saturazione. Non siamo un optional che deve giustificarsi perché arriva in Consiglio federale. Sembra che ai ticinesi non basti far parte del Paese, dobbiamo essere tre volte più bravi, motivati e interessanti. Mi sono preso la libertà di dirlo, anche se poi ho comunque ricordato che uno svizzero-italiano può portare una lingua, una cultura, un modo di fare, l’esperienza di provenire da una regione di frontiera e di poter capire un vicino importante come l’Italia».

Davanti all’Assemblea federale ha detto che, se non fosse stato eletto, il fallimento più grave sarebbe stato quello della Svizzera italiana, più di quello personale.

«Sì. Il fallimento personale sarebbe stato una ferita narcisistica che, conoscendomi, sarebbe passata in poche settimane. Invece non avrei saputo bene come affrontare il fallimento dal punto di vista istituzionale. Una costellazione così favorevole dal profilo strutturale, con un candidato solido e preparato per potersi lanciare, capita raramente. Se questa volta l’Assemblea federale avesse scelto qualcosa di diverso, credo che avremmo dovuto chiederci: avremo ancora la possibilità di accedere al Governo, o bisogna cambiare la Costituzione?»

Lei è stato dato per favorito già il 14 giugno. Ma quando, nelle ultime 24 ore, si è detto per davvero: io posso vincere?

«Dopo il risultato del primo turno».

Perché aveva superato i 100 voti?

«Perché erano più di 90… questa era la mia soglia. E perché c’era un distacco di quasi 50 voti dal secondo. O era una farsa ai miei danni, oppure era matematicamente quasi impossibile che potesse finire diversamente. Poi c’è stata la grande tensione del momento in cui il primo cittadino dice: è eletto con… quanti voti?»

125.

«…125 voti, e lì ho pensato: non può che essere il mio nome».

Quella scena lì, l’avrà immaginata parecchie volte. Come ci si sente quando si realizza?

«È una scena che dopo 10 anni in Parlamento si è vista diverse volte. Ed è davvero quello il momento preciso in cui la decisione non diventa realtà. L’etichetta di favorito che avete menzionato per me è stata una tara impressionante per tutta la campagna. Essere favorito vuol dire avere molta più attenzione mediatica, non potersi permettere di fare un errore perché pesa tre volte di più rispetto a un outsider e mantenere i nervi saldi per oltre tre mesi. È stato uno stress test mentale».

Che cosa è successo al primo incontro col Consiglio federale?

«È stato un momento conviviale in cui i sette consiglieri in carica mi hanno dato il benvenuto. Un brindisi, un sorso di champagne e poi in posa per la foto. In seguito sono stato accompagnato nella stanza accanto, dove mi attendevano i familiari».

Citando Rosa Luxemburg ha voluto strizzare l’occhio alla sinistra?

«Con la citazione volevo rivolgermi proprio alla sinistra. Sapevo che da lei avrei avuto pochissimi sostegni. Ho però voluto accendere il calumet della pace. Sarò un consigliere federale liberale-radicale, aperto a considerare chi la pensa diversamente e a piegarmi a decisioni collegiali diverse dalla mia».

È pronto ad assumere la direzione di un dipartimento diverso dalla sanità, suo principale ambito di attività?

«Sono curioso per natura e sarei molto felice di assumere la direzione di qualsiasi dipartimento. Dopo 25 anni di politica sanitaria e sociale c’è il desiderio di vedere qualcosa di diverso. Comunque qualsiasi decisione mi va bene. Farei tutto con la stessa passione, dagli esteri, all’interno, alla difesa».

Il maggiore Cassis assumerebbe la direzione del DDPS?

«La questione della sicurezza mi interessa. Quello degli aerei da combattimento è un dossier pesante, ma me ne occuperei volentieri. E poi, come ministro dello sport avrei anche l’occasione di conoscere Lara Gut e Roger Federer».

Che cosa farà giovedì mattina?

«Alle 9 sono atteso alla Cancelleria federale per una sorta di istruzione tecnica, anche per quanto riguarda gli aspetti legati alla sicurezza. Durante la giornata spero di avere qualche contatto con gli altri consiglieri federali per capire che aria tira sull’assegnazione dei dipartimenti».

Adesso gira col guardaspalle. Che effetto fa?

«Sarà sovente, ma non sempre, così. Bisognerà trovare una modalità di funzionamento accettabile. Non vorrei vivere tutto il tempo col guardaspalla».

I fine settimana li trascorrerà in Ticino oppure si stabilirà qui in pianta stabile?

«Già ora a causa dei frequenti impegni ho un appartamento a Berna, dove vivo dal lunedì al venerdì per poi fare ritorno a casa nei weekend. L’idea è di continuare così».

Essere favorito vuol dire non potersi permettere di fare errori e mantenere i nervi saldi per oltre tre mesi. È stato uno stress test mentale

Il futuro

Mi interessano tutti i dipartimenti. Se fossi ministro della Difesa avrei anche lo Sport e potrei conoscere Lara Gut e Roger Federer

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