Cassis «non sarei un sesto consigliere di Stato»

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Cassis «non sarei un sesto consigliere di Stato»

Se il 20 settembre sarà eletto in Consiglio federale, il ticinese cercherà però un dialogo costante con il Cantone. «Occorre cogliere i problemi sul nascere ed evitare che la pentola esploda, in passato è stato fatto troppo poco».

Anna Fazioli, Corriere del Ticino 8 settembre 2017

 

Manca una quindicina di giorni all’elezione del nuovo consigliere federale, quando Palazzo si trasformerà in uno studio televisivo e poi risuoneranno i brindisi (merlot e salamini oppure chasselas e saucisson). Per ora tutto è quieto e all’ultimo piano si incrociano solamente due signore addette alle pulizie. Nella saletta del gruppo PLR – un sottotetto con due scrivanie e un tavolino rotondo – Ignazio Cassis passa da un’intervista all’altra. Esce la NZZ con circa 20 minuti di ritardo sulla tabella di marcia, entra il Corriere del Ticino.

 

Anticipo della vita da ministro

«In due mesi ho fatto almeno 50-60 interviste per la stampa scritta, senza contare i vari interventi in radio e TV», racconta. «Ogni giorno ricevo una rassegna stampa con da 10 a 30 citazioni che mi riguardano». Anche per qualcuno che da 10 anni siede al Nazionale e da due anni è capogruppo PLR, si tratta di una nuova esperienza. «È vero, sono allenato, ma in questo caso la pressione è ben più forte, inoltre l’attenzione si focalizza molto di più sulla mia persona, compresa la vita privata, bisogna capire quali limiti mettere». È un’esperienza che «mi ha permesso di maturare molto», procede Cassis.

Anche spostarsi nel Paese non è più come prima. «Non posso viaggiare in incognito». Dappertutto c’è qualcuno che dice «Bonjour Monsieur Cassis» o «viel Glück», anche se «in Svizzera viene sempre fatto con cortesia e discrezione». Il miscuglio di lingue è pane quotidiano per il candidato, che si dice un po’ fiero di essere pure riuscito a capire due domande in romancio, dopo un intervento a Coira. «Mi è andata bene perché era il romancio della Bassa Engadina… con il Sursilvano non ce l’avrei fatta!».

Pur non essendo un’elezione popolare, bensì parlamentare, «il 90% della campagna avviene nei media». Il fatto di essere costantemente sotto osservazione «è un pregusto di quel che sarebbe la vita in caso diventassi consigliere federale». Quando a fine giugno Didier Burkhalter ha annunciato le sue dimissioni, dettate apparentemente da motivi personali e famigliari, ha parlato della «seconda pelle» che riveste i ministri. Questo status particolare attira o intimorisce? «Non attira ed è stato il punto principale delle mie riflessioni immediatamente dopo l’annuncio di Burkhalter: in che misura sono disposto a rinunciare alla mia libertà». Per il consigliere nazionale è stato tuttavia rapidamente chiaro che «non potevo rinunciarvi». In primo luogo perché in passato aveva già detto che sarebbe potuto essereinteressato alla carica, poi perché «non sarei stato in pace con me se stesso», infine perché «c’era un’aspettativa da parte della Svizzera italiana».  A suo avviso serviva «un sì convinto e rapido» per fare chiarezza.

 

I rapporti con il Ticino

In passato Cassis ha detto di vivere una sorta di spaccatura tra da un lato il suo ruolo a Berna e il dovere di rispettare la Costituzione federale, e dall’altro certe iniziative politiche ticinesi. «Penso che occorra fare una distinzione netta tra il fatto di rappresentare una lingua, una mentalità e dei punti intellettuali di riferimento che sono quelli dell’italianità, e il fatto di rappresentare una corrente politica di un Cantone dove vive solo la metà dell’italofonia in Svizzera. Io sono un eletto fortemente legato ai valori liberali-radicali dei miei elettori. Che questo non piaccia ad altri partiti è nella logica delle cose, altrimenti saremmo nella Corea del nord».

E se fosse eletto in Consiglio federale? «Occuperei un seggio PLR che equivale a un settimo del Governo. Il mio lavoro sarebbe lottare come un leone per portare avanti i valori PLR, che poi verrebbero declinati con quelli UDC, PS e PPD dando luogo a una decisione che in ogni caso assumerei in nome della concordanza».

Secondo Cassis il ruolo di un consigliere federale ticinese è quello di costruire un dialogo con il Cantone e di cercare soluzioni in modo ragionevole e coordinato con il Consiglio di Stato: «Per cogliere i problemi sul nascere ed evitare che la pentola esploda. Quel che posso offrire è questo: un occhio attento e un orecchio aperto alle necessità del Ticino. Evidentemente non sarei un sesto consigliere di Stato a Berna».

 

Dalla migrazione alla cocaina

Non è una contraddizione voler rappresentare tutta l’italofonìa in Svizzera e poi rinunciare alla doppia cittadinanza italiana? «No, è una decisione che ho preso pensando al ruolo istituzionale di Consigliere federale. Non ho alcuna difficoltà con la doppia cittadinanza fuori dal Consiglio federale. Ma secondo la Costituzione, il Consiglio federale è responsabile della politica estera e i suoi 7 membri sono gli ambasciatori della Svizzera nel mondo, un ruolo che per me non può ammettere due nazionalità. Se non vi avessi rinunciato a inizio luglio quando ho deciso di lanciarmi nella corsa, non sarei stato sereno. Che poi uno ci rinunci subito come me, oppure rinvii la questione a dopo un’eventuale elezione come Maudet, è una scelta legittima».

C’è anche chi rimprovera a Cassis di voler troppo piacere all’UDC, prima con la rinuncia al passaporto italiano, poi affermando in diretta alla RTS che «in Svizzera ci sono troppi migranti». Un’affermazione che può corrispondere a uno spirito liberale?  «Non si può ignorare una preoccupazione crescente in tutto il continente europeo. Dire che tutto va bene è stato un errore che ha spianato la strada ai movimenti populisti. Le frontiere hanno un valore. I Bilaterali vanno consolidati ed estesi, senza aderire all’UE. Occorrono regole giuridiche più semplici e chiare per gestirli. E’ un obiettivo da raggiungere. Ma l’attuale discussione sull’accordo quadro istituzionale mostra che bisogna cambiare strada, soprattutto a livello comunicativo, e dire chiaramente che cosa non vogliamo, come la ripresa automatica del diritto e i cosiddetti giudici stranieri. Infine dobbiamo impedire un’immigrazione nelle nostre generose reti sociali, altrimenti non potremo più pagarle. ».

Secondo il candidato ticinese, al Consiglio federale «è mancato il vocabolario per spiegare alla popolazione come stanno le cose. Se non dici le parole giuste, crei un mal di pancia che può sfociare in aggressività».

 

I 12 giormi decisivi

Ora inizia il rush finale: le ultime due settimane prima dell’elezione saranno consacrate agli incontri con i colleghi parlamentari. Quanto conta il fattore femminile? «Conta, come anche quello dell’età: sento che c’è chi vorrebbe puntare di più sui giovani, che avendo disturbato ancora poco sono spesso più amati. Adesso però penso che questi fattori passeranno in secondo piano. La maggioranza dei parlamentari si chiederà: quella persona, posso immaginarla in Governo? Ha la capacità, la resistenza psichica, la solidità interiore necessaria?».

Se Pierre Maudet prova a incarnare la novità, Cassis vuole invece rappresentare la continuità. «Tutta la mia carriera politica è stata nel segno della continuità. Il mio programma politico è quello del PLR svizzero, non ho bisogno di inventarmi sensazioni. Anche se queste piaccioni ai media, la realtà è un’altra. Non siamo una repubblica presidenziale, dove un candidato diventa premier e sceglie 22 ministri tra gli amici che portino avanti il mio programma. Non è questa la Svizzera. Ha funzionato bene da 170 anni a questa parte. E se tutto il mondo ci invidia la stabilità e il benessere, è proprio perché qui non c’è posto vogliamo evoluzione, non rivoluzioni».

 

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LE ORIGINI

«Mio papà è nato a Longhirolo (Luino). Nel ‘29 la famiglia si è trasferita a Sessa dove mia nonna ha aperto il ristorante Unione, che c’è ancora. Mio nonno era contadino e lo è stato anche mio papà, finché è passato alle assicurazioni. Mia mamma invece è di Bergamo. Si sono conosciuti in viaggio e poi si sono trasferiti in Svizzera.

IL MOTTO

«Mens sana, in corpore sano. La mente è sana se ho un ritmo di vita corretto: cerco di mangiare leggero, far jogging almeno tre volte alla settimana e riposare 7 ore».

Qualche concessione? «Vado volentieri fuori a cena, con mia moglie e con amici. La gioia dei contatti sociali è un fattore nutriente e importante quanto la buona condizione fisica».

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